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La natura essenziale di questo blog è la possibilità di far incontrare idee che vagano nella mente dei blogger che vi partecipano. Il blog vuole essere la fornace per far nascere nuovi elementi. Tutti possono apportare idee, segnalare scritti la cui lettura può aprire nuovi orizzonti e far scaturire nuove avventure letterarie o per lo meno far riflettere sul loro contenuto. Ciò che più preme è creare l'occasione di far emergere parole che altrimenti resterebbero latenti all'infinito.
Ognuno di noi ha l'obbligo morale di attenersi a un comportamento che eviti di sconfinare e di percorrere strade che siano di confine.
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sabato 6 settembre 2008

M@il di cuore, m@il d'amore


Finalmente, dopo cinque anni di attesa, il primo libro-dossier del Feroce Saladino è una realtà!
M@il di cuore, m@il d’amore è il suggestivo titolo di questa opera prima che si distingue per l’originalità dell’argomento, dei contenuti e anche della copertina, insolitamente double-face, dove la figura del Saladino interagisce con celebri icone artistiche (opere di De Chirico, Michelangelo e del Giambologna) in una divertente e geniale parodia che prelude all’impostazione ironica del libro stesso.
Il Saladino è un personaggio realmente esistito, una figura mitica del mondo islamico poiché a lui si deve la vittoria dei Saraceni e la riconquista definitiva di Gerusalemme, strappata ai Cristiani durante la II Crociata. Per noi Italiani è consuetudine premettere al nome del condottiero del XII sec. l’attributo di “feroce”, ciò non a causa di una reale efferatezza del valoroso sultano, ma perché una reinvenzione comica del Saladino era apparsa negli anni Trenta, quando nel nostro Paese un importante sponsor aveva istituito un concorso abbinato ad una trasmissione radiofonica molto popolare, “I quattro moschettieri” (1934), scatenando la ricerca della più rara e ambita figurina, "Il Feroce Saladino", appunto, fra le 100 stampate rintracciabili nei prodotti commercializzati.


Il “feroce Saladino” è anche lo pseudonimo adottato dall’autore per navigare lungo le rotte di Internet, dove ha “incrociato” diverse figure femminili, sconosciute sue corrispondenti delle community del web, anch’esse individuate solo da un fantasioso nomignolo. Il libro è strutturato in una raccolta di e-mail che vengono a formare sequenze di dialoghi, “virtuali” nella forma, ma genuini, autentici e assolutamente veritieri nel contenuto. Esse hanno come temi privilegiati l’amore, il sesso, la seduzione, le relazioni sentimentali che trovano espressione in un continuo, diretto, vitale confronto-scontro fra il punto di vista maschile e quello femminile. L’opera raggruppa in due sezioni distinte lo scambio di mail con donne di Firenze e Ferrara. Si tratta dunque di un originalissimo dossier, un libro-verità che documenta, con brillante ironia sorretta da una scrittura di fascinoso stile tragicomico e parodistico, la condizione dei rapporti uomo-donna in questa disincantata società moderna. L’organizzazione in forma di epistolario e il fondo di amarezza che si percepisce, dietro la levità e l’apparente divertimento del gioco, assimilano questa intensa e insieme gradevolissima opera al genere del romanzo epistolare di argomento amoroso, il cui paradigma sono: I dolori del giovane Werther, di Goethe, e Le ultime lettere di Jacopo Ortis, del Foscolo.
La “ferocia” dell’autore sta nel metodo: sono riportate integralmente, senza alcuna modifica, le parole di “Lui” e le risposte (spesso le “batoste”) di “Lei”. Ciò che ne scaturisce è un quadro assai poco lusinghiero e romantico del moderno “ragionar d’amore”. Potremmo considerarla la risposta, se non proprio la riscossa, degli ultraquarantenni ai facili entusiasmi, alle idealizzazioni erotico-sentimentali dei giovanissimi. M@il di cuore, m@il d’amore vs. Tre metri sopra il cielo? Ai lettori l’ardua sentenza.



Il libro può essere direttamente acquistato (solo 11 E.) direttamente dall'editore:

e-mail: flyingdutchman.pm@libero.it cell: 349 1248728

oppure dall'Autore: feroce.saladino@libero.it

e nelle principali librerie di Ferrara. Una copia si trova presso la biblioteca di Ostellato (FE).

martedì 11 marzo 2008

L'ultimo viaggio di Gulliver (Epilogo)
Il giorno dopo, fresco e riposato come non mi sentivo da tanto tempo, mi feci accompagnare da Jolanta che mi attendeva impaziente; quando mi vide si illuminò tutta come una bambina in procinto di trastullarsi con il suo giocattolo preferito.
- Finalmente, Gulliver! Ricordi che ieri sera avevi promesso di aiutarci a ritornare spensierate e felici come le nostre nonne?
- Certamente, principessa. E tu ricordi che ciò è sottoposto ad una piccola condizione?
- Sì, non l’ho dimenticato.
- Ebbene, ecco la modesta ricompensa che ti chiedo in cambio delle mie rivelazioni: mi aiuterai a raggiungere le colonie degli Spagnoli che si trovano oltre la palude?
- Senza alcun problema: una mia guarnigione ti accompagnerà fino alle terre abitate dagli uomini del nord.
- Grazie Jolanta. Con piacere ti svelo il segreto per riacquistare la felicità. Forse non sai che guardiane della Grande Sorella tengono prigionieri dei giovani uomini nell’intrico della foresta. Tu e le tue compagne dovrete liberarli portandoli qui, nel vostro nascondiglio. Sarete dolci e gentili con loro; li abbraccerete e li bacerete come fate con le vostre bambine. Lasciate che questi giovani vi accolgano fra le loro braccia, fatevi carezzare, non respingete le loro manifestazioni d’affetto, qualunque esse siano. Sarà molto divertente, vedrai. Ben presto tanti bambini allieteranno le vostre modeste dimore: abbiatene cura e cresceteli con amore. Dovrete raccogliere anche i piccoli che le sorelle abbandonano ai bordi delle paludi. Li alleverete come i vostri stessi figli. Dovrete educarli e istruirli aiutandovi con i libri che vi procurerete presso gli Spagnoli. I bambini diventeranno uomini, ricostruiranno le case, le strade e le macchine; rifioriranno la scienza, la tecnica, le arti, i mestieri, l’agricoltura e i commerci; riprenderanno gli scambi, riacquisterete il benessere di un tempo. La Grande Sorella sarà scomparsa per allora e nessuno vi impedirà di riunirvi pacificamente con le altre donne che abitano la penisola. Così il maschio e la femmina torneranno ad essere necessari gli uni alle altre, con reciproca soddisfazione, assecondando il disegno della natura. Questo è il segreto della felicità.
- Ti siamo infinitamente grate, Gulliver di questo insegnamento. Vorrei che tu rimanessi qui, in Arkadia, ma capisco che desideri tornare a casa.
- È così, infatti. Del resto sono già vecchio e non potrei farvi compagnia per molto tempo ancora. Fammi portare oltre le paludi.
Il giorno dopo vennero allestite due piroghe e alcune giovani guerriere mi condussero, attraverso le acque, fino alle regioni del nord. Qui fui ospite dei coloni Spagnoli e, alla prima occasione, mi imbarcai su un veliero diretto in Europa; dopo qualche mese ero di nuovo nella mia cara, vecchia Inghilterra.
Ora mi sono definitivamente ritirato e posso fare un bilancio della mia vita. Ho riportato l’amore tra l’uomo e la donna - anche se in una terra sperduta e lontana che nessuno conosce - e ciò è un’impresa non da poco che supera tutte le altre per cui sono famoso. Posso ritenermi soddisfatto. Attendo serenamente di imbarcarmi sulla nave del Grande Armatore per il mio ultimo viaggio.
ODyno

venerdì 8 febbraio 2008

L'ultimo viaggio di Gulliver (III)

- Galanta – le chiesi – io sono un medico e so come vanno le cose fra l’uomo e la donna secondo natura. Non ci possono essere nuove nascite, la popolazione non potrebbe crescere e neppure sopravvivere senza l’azione fecondante del maschio...
La mia interlocutrice dovette controvoglia fornirmi dei dettagli che certamente le risultavano sgradevoli. Accompagnando le sue parole con smorfie di disgusto, proseguì il racconto.
- Il problema della riproduzione si presentò alle antenate quando la comunità, che da anni aveva rinunciato al ricambio maschile, era ormai quasi priva di uomini validi: tutti i superstiti erano avanti con gli anni oppure già vecchi. Le nostre sorelle, allora, presero una drammatica decisione. Alcune donne, giovani, avvenenti e sane compirono l’estremo sacrificio congiungendosi carnalmente con gli uomini meno anziani di Arkadia, i quali, felicemente sorpresi da quel insperato godimento in una fase così avanzata della loro vita, ottusamente si lasciarono sedurre, abbandonandosi a quei tardi eccessi sessuali senza neppure interrogarsi sul motivo di tanta fortuna. Come sono stupidi gli uomini!
- Le nascite rifiorirono – proseguì – e si decise che le compagne avrebbero allevato i bambini più belli e forti, continuando a sbarazzarsi degli altri nel solito modo. Quei giovani maschi, i più robusti, fatti crescere entro gabbie o recinti nascosti nella foresta, divennero gli stalloni, i continuatori della nostra società. Alcune sorelle, con grande spirito di abnegazione, per il bene comune, ancora oggi accettano l’infamante compito di unirsi a questi esemplari da riproduzione per dare alla luce nuove sorelle e altre bestie-uomo su cui operare altre selezioni.
- E l’amore? – sbottai scandalizzato – non considerate questo sublime sentimento che rende l’uomo necessario e complementare alla donna e viceversa?
- Dell’amore carnale fra la bestia e la donna noi tutte abbiamo imparato che si può fare volentieri a meno; e non ci manca, non ne abbiamo nostalgia, né desiderio, anzi…
È una cosa disgustosa anche solo immaginare che i nostri pensieri, la nostra mente, il nostro cuore possano essere occupati e divenire ostaggio di un essere schifoso, violento, volgare, presuntuoso ed egoista come la scimmia-uomo. Noi sorelle proviamo un amore puro e incondizionato, non indotto dall’attrazione sessuale, per le nostre compagne e un profondo legame affettivo stringe fra loro figlie, nipoti e madri. La passione di due esseri di sesso opposto, se per malaugurata ipotesi dovesse mai verificarsi, sarebbe la forma d’amore più imperfetta, degenerata e umiliante che riprecipiterebbe la donna in una condizione di schiavitù, totalmente in balia dello scimmiesco essere maschile. Che la Grande Madre ci protegga da una simile, orrenda sciagura!
Per scongiurare tale disgrazia – concluse la regina con un lampo di violenta gravità negli occhi, lo stesso sguardo di quando ci eravamo incontrati la prima volta – ho dato personalmente ordine che le guardiane dei recinti con le bestie da riproduzione vengano cambiate ogni settimana.
Ero rimasto senza parole. Mi sentivo anche inquieto e vagamente in colpa per tutti i mali commessi dal genere cui appartenevo, come se tutto fosse avvenuto per opera mia. Quel antico odio maturato verso gli uomini, mi faceva temere una forma di vendetta nei miei riguardi.
Mi congedai dalla Sorella Regina e venni trasportato nel solito modo alla capanna assegnatami. Nei giorni successivi fui invitato diverse volte alla palafitta, dove spesso venivano a farmi visita donne arcadike di tutte le età. Soprattutto per le più giovani, che non avevano mai visto un essere umano di sesso maschile, dovevo costituire un’attrazione, come lo sono le bestie feroci dei circhi per noi occidentali. Sembrava impossibile che dietro quei tratti gentili di ragazze così ben educate e piene di vita, di madri o signore dai modi distinti ed eleganti, potessero nascondersi spietati carnefici, complici o consapevoli del crudele infanticidio, la strage degli innocenti su cui era fondata quella organizzazione sociale. Ne trassi la conclusione che presso questo popolo unicamente la persona di genere femminile aveva dignità di essere umano. Le donne ignoravano l’esistenza del maschio oppure ne avevano un lontano e sgradevole ricordo; l’uomo era assimilato ad un animale, inutile, pericoloso o molesto e potevano quindi sopprimerlo, ridurlo in schiavitù, servirsene per la riproduzione o schiacciarlo come un insetto schifoso, senza che la loro coscienza ne fosse turbata.

Trascorrevo le giornate narrando al gentile pubblico gli avvenimenti straordinari che diversi anni prima mi avevano portato alla scoperta del minuscolo popolo di Lilliput e di quello dei Giganti, del regno sull’Isola Volante e della terra dei Cavalli Intelligenti. Le incredibili avventure di cui ero stato protagonista risultavano particolarmente appassionanti per il mio uditorio che, per quanto mi era dato sapere, non aveva altre forme di svago o di divertimento. Non esistevano teatri o altri luoghi di intrattenimento in questa comunità; né vi era l’usanza di organizzare feste, serate di ballo, ricevimenti dove la gente potesse stare in allegria, cantare, danzare chiacchierare o bere un po’ di vino. Sembrava un popolo operoso, impegnato in attività manuali ed anche intellettuali, come comporre poesie o canzoni o declamare odi che celebravano la bellezza della natura e del corpo femminile, la giovinezza, la perfezione della donna, la meravigliosa esperienza della maternità, ma al fondo di tutto ciò percepivo un rigore malinconico, un’insoddisfazione trattenuta, una mancanza di entusiasmo, forse una punta di rassegnazione ad una esistenza creativa e laboriosa ma priva di slanci e turbamenti.
Anche a Silka, la mia nipotina adottiva cui dovevo la salvezza e con la quale trascorrevo molte ore inventando giochi, raccontando fiabe, costruendo piccoli oggetti di legno che la affascinavano come meravigliosi giocattoli, sembrava mancasse quella genuina e spensierata leggerezza che contraddistingue le bambine della sua età.
Anche le sue coetanee apparivano incapaci di divertirsi, di ridere con naturalezza oppure, al contrario, quando si appassionavano ad un gioco che avevo escogitato, ero costretto a prolungarlo all’infinito poiché avrebbero voluto che l’insolita esperienza di quella sensazione piacevole non dovesse mai terminare.
Il mio involontario ruolo di nonno e di intrattenitore di corte, esaurito il pathos iniziale, non aveva più il sapore della novità. Le giornate si susseguivano, tutte uguali, ed anch’io, superato il timore di essere assassinato, mi stavo lentamente lasciando andare – per quel poco di anni che il mio destino poteva ancora concedermi – ad una pericolosa indolenza.
Una sera, racchiuso nel mio insolito mezzo di trasporto, venivo ricondotto alla mia capanna, quando all’improvviso sentii la portantina ondeggiare pericolosamente prima di essere appoggiata a terra in tutta fretta. Non potevo vedere quello che succedeva, ma sentivo i rumori di una colluttazione, grida, colpi secchi, passi concitati. Poi la cesta venne risollevata e portata via velocemente, ma in tutt’altra direzione rispetto alla mia casupola. Alcuni minuti di corsa poi venni depositato su quella che doveva essere una piroga o una zattera. Avevo il cuore in tumulto. Temevo fosse arrivata la mia ultima ora. Forse un manipolo di scalmanate che aveva in odio l’uomo, come Galanta mi aveva preavvisato nel nostro primo colloquio, si era impadronito della cesta allo scopo di farmi annegare nella palude o di darmi in pasto ai caimani. Invece, dopo una tormentata navigazione, la gabbia venne issata su un pontile, io fui prelevato e condotto in una baracca di legno eretta su un isolotto che si trovava in un’area remota della palude.
Una giovane donna mi attendeva: lo sguardo fiero e sorridente, il biondo cespuglio di capelli percorso da tante piccole onde come il mare in prossimità della riva; la carnagione color ambra; le belle forme impudicamente svelate da un vestito leggero e succinto che certamente avrebbe fatto gridare allo scandalo le gentildonne inglesi ma che in questi luoghi, dove la temperatura è assai elevata e la seminudità condivisa da tutti senza malizia, era l’abbigliamento più adeguato a mostrare la bellezza di colei che lo indossava e la sua disinvolta natura.
- Gulliver, hai fatto buon viaggio? – disse senza tanti convenevoli – Spero che le mie guardie non ti abbiano sballottato troppo nel condurti qui.
- Oh sciocchezze! I viaggi per mare mi hanno abituato a ben altro: onde impetuose, burrasche, tempeste. Però non capisco il motivo di tanta urgenza. Eseguivate ordini della Grande Sorella?
- No, io non obbedisco a nessun ordine e tanto meno a quelli della vecchiaccia. È una mia iniziativa. Mi hanno parlato di te. So che sei un tipo divertente, racconti delle belle storie e noi qui ci annoiamo a morte… Dimenticavo le presentazioni. Il mio nome è Jolanta. Io e le mie compagne ci siamo nascoste nelle paludi perché non sopportiamo il regime di quella pazza.
- Galanta?
- Si. Già mia madre si era rifugiata qui, diverso tempo fa, per sfuggire alle imposizioni di quella fissata che parlava solo di doveri, sacrifici, impegno, lavoro, obbedienza…Chiedeva a tutte di collaborare, di rimanere unite, di lottare per realizzare il progetto della Grande Madre.
- Galanta me ne ha parlato. È una cosa orribile!... Quei poveri bambini sacrificati per impedire che diventassero uomini...
- È vero. E che cosa abbiamo ottenuto alla fine? La libertà? La sicurezza? Una vita più consapevole e dignitosa? Chi lo sa?... Di certo non abbiamo più svaghi e se avessimo dato retta a quella strega, dovremmo faticare tutto il giorno ed essere sempre pronte a renderci utili alle altre sorelle.
Io non so come si stava quando c’erano gli uomini, ma mia nonna mi aveva raccontato cose bellissime della sua gioventù. Era una ragazza molto attraente e in gamba; dicono che le assomigliassi moltissimo. Faceva la cortigiana. Si godeva la vita. Aveva un mucchio di amici maschi che le compravano splendidi vestiti, le regalavano monili d’oro, gioielli, brillanti; facevano a gara per ospitarla nelle loro ville signorili o a palazzo. La portavano a teatro, la invitavano alle feste, ai balli di corte, ai più sfarzosi ricevimenti. E tutto questo in cambio di un bel sorriso, qualche sguardo languido e un po’ di compagnia…
- Beata ingenuità! – pensai, ma non volli turbare quel suo innocente ricordo della nonna. Tuttavia devo riconoscere che la vita di una cortigiana, senza entrare in questioni morali, può risultare assai piacevole e apportare indubbi vantaggi a colei che la conduce.
- Anch’io vorrei fare la cortigiana. Sarebbe bello e divertente trascorrere le giornate a scegliere gli abiti più eleganti per essere ammirata dagli uomini. E profumarmi e pettinarmi e aver cura del mio corpo; e vivere in un palazzo sontuoso con ricchi tendaggi, tappeti, mobili, con un grande giardino pieno di fiori colorati e tanti domestici al mio servizio… Ma tutto questo, per colpa di quella strega, non è più possibile. Da quando non ci sono più i maschi a lavorare nei campi, a costruire case, ville e palazzi, a inventare e fabbricare tanti ingegnosi oggetti di legno e metallo, svolgendo anche con impegno le necessarie attività manuali, le compagne che si sono fatte fregare dalla Sorella Regina sono costrette a far da sé, a sobbarcarsi tutti i lavori, anche quelli pesanti che prima lasciavano agli uomini e ai servi. Sudano, si sformano e abbrutiscono per riuscire a campare con quello che la terra, faticosamente, concede. Rischiano la vita per procurarsi il cibo con la caccia o la pesca oppure si adattano a custodire e allevare gli animali puzzolenti di cui si nutrono. Siamo tutte obbligate a tirar su capanne o catapecchie di legno, a coprirci di stracci e ad arrangiarci alla meglio, perché non esistono più muratori e carpentieri, sarti e artigiani…
- Ma perché – la interruppi – qui c’erano case in muratura?
- Certo. Mia nonna e mia madre mi hanno raccontato tutto. Gli uomini hanno tanti difetti, ma quando ci si mettono sono proprio bravi. Con la sabbia e altri ingredienti che sapevano miscelare, tenevano insieme i mattoni ricavati dall’argilla; oppure tagliavano e squadravano le pietre che compravano dagli Spagnoli, così come il ferro e gli altri metalli che facevano arrivare attraverso le paludi.
Erano state costruite solide abitazioni e palazzi. I villaggi crescevano e si erano trasformati in popolose città con piazze, monumenti, strade e negozi. Comode vie di comunicazione avevano sostituito i polverosi sentieri di terra battuta. Ma ora è tutto in rovina: nessuna compagna è in grado di fare quei lavori e neppure di riparare i muri, i tetti, le porte e le finestre: così ci siamo ridotte a vivere in squallide capanne.
Gli ingegneri di Arkadia aveva inventato tante altre cose meravigliose e utili che ora giacciono abbandonate poiché non si riesce a fabbricarne di nuove o a farle funzionare. Nelle vaste pianure dove si coltivavano mais, canna da zucchero, pomodori, patate, cacao e cotone, gli aratri trainati dai buoi erano stati sostituiti da macchine semoventi che emettevano fumo e, utilizzando un ingegnoso meccanismo interno alimentato da un alcool derivato dalla patata e dalla canna, facevano risparmiare una grande fatica ai contadini e agli animali. Le strade che solcavano la foresta erano state realizzate con il dispiego di numerosi operai, ma ben presto vennero percorse da carri che non avevano più bisogno di essere tirati dai cavalli poiché ad essi era stato applicato un congegno meccanico interno, simile a quello degli aratri semoventi, costituito da ruote dentate, ingranaggi e catene che si muovevano da sole con l’energia fornita dall’alcool.
C’erano filande dove le donne producevano tessuti pregiati che poi i nostri sarti trasformavano in splendidi abiti, ma ora dobbiamo contentarci di ruvide tele e rozzi vestiti perché i grandi telai si sono fermati per sempre, sono ridotti a ingombranti rottami: gli ingegneri che possedevano il segreto del loro funzionamento sono tutti scomparsi e del resto neppure i sarti esistono più.
Gli uomini avevano anche costruito una lanterna magica che si illuminava su un lato, dove c’era un vetro dietro il quale si muovevano delle figure, si ascoltavano suoni e parole, come essere a teatro. Sembrava che dentro la scatola luminosa si muovessero minuscoli attori, ci fossero paesaggi, scene, fondali miniaturizzati: un mondo intero racchiuso in quella scatola magica.
Erano riusciti a imprigionare e dominare la tremenda potenza dei fulmini, distribuendola attraverso sottili fili metallici ricoperti di uno strano materiale che sembrava carta, ma molto più liscio e duttile. E questa energia circolava entro ampolle di vetro che si illuminavano come le nostre lampade a petrolio, rischiarando la notte più di mille candele. Ancora, con gli stessi fili riuscivano a portare la voce a grandissima distanza: due persone, tenendo vicino alla bocca una specie di corno da cui usciva una di questi cordicelle, potevano parlare fra loro, essendo ciascuna a casa propria, come si fossero trovate una di fronte all’altra anziché in due punti lontanissimi della città.
Lo stesso tipo di filo, uscendo da un grosso baule e infilandosi nei muri delle case, creava incredibilmente un bel freddo dentro il contenitore, cosicché i cibi e le bevande si potevano conservare per tanti giorni e la frutta era fresca e saporita come appena colta dall’albero.
Che cose straordinarie avevano inventato gli uomini!...E noi abbiamo perso tutto questo per colpa di quella tiranna.
- Jolanta, io conosco un modo per riavere indietro tutto ciò che avete perduto. – dissi con un sorriso volutamente enigmatico.
- Davvero riusciresti a procurarci ciò che rendeva felici le nostre antenate?
- Si, ma ad una condizione.
- Quale? Dimmi ciò che desideri e sarà tuo.
- Oh si tratta di una cosa modestissima, ma ora sono troppo stanco per parlartene. Devi avere pazienza fino a domani. Ho necessità di dormire.
- Come vuoi, Gulliver. Le mie compagne veglieranno il tuo sonno e che la notte ti porti consiglio.

[continua]

La conclusione del racconto, per motivi di suspense, sarà pubblicata al mio ritorno da un viaggio in cui cercherò di recuperare le energie spese per scrivere il racconto medesimo.
Vi do quindi appuntamento per le idi di marzo, quando l’attesa sarà spasmodica, sperando che nel frattempo non abbiate meditato di accoltellarmi…



Il SalaDyno

venerdì 1 febbraio 2008

L'ultimo viaggio di Gulliver (II)

Interrogando la mia interlocutrice, ebbi conferma dell’esattezza dei miei calcoli, eseguiti quando ancora mi trovavo sul veliero che poi mi avrebbe abbandonato in mare: ero approdato sulla punta meridionale della Florida, in un luogo sperduto, circondato su tre lati dall’oceano e separato di fatto dal continente americano a causa di una vasta palude che si estendeva a nord, dove l’acqua di mare era sostituita da quella stagnante degli acquitrini.
Galanta mi raccontò che il popolo di Arkadia – così chiamavano quella fertile terra -, gente laboriosa e pacifica, viveva al riparo dalle incursioni degli Spagnoli i quali non osavano addentrarsi nelle paludi infestate dagli alligatori, né potevano sbarcare in forze sulle coste sabbiose poiché i loro pesanti galeoni rischiavano di arenarsi sui bassi fondali che attorniavano la penisola. Del resto, fra quelle intricate foreste o nei malsani acquitrini i conquistadores non avrebbero trovato l’oro, il solo motivo che li spingeva ad avventurarsi in terre sconosciute ed ostili. Così, al riparo da guerre o scontri violenti, nel più totale isolamento, i nativi svilupparono una civiltà altamente progredita che si sostentava con i prodotti dell’agricoltura, della pesca e dell’allevamento e in cui progredivano le arti, la poesia, la letteratura, la filosofia e le scienze.
- Gli uomini lavoravano nei campi, allevavano il bestiame, procuravano il cibo e fabbricavano strumenti utili a rendere il lavoro più agevole e meno faticoso – disse la mia ospite, con voce profonda e velata, socchiudendo gli occhi, come per inseguire con la mente lontani ricordi.
- Le donne – continuò – si dedicavano alla cura e all’educazione dei figli, svolgevano le necessarie attività domestiche e non mancavano di istruirsi e di accrescere la loro cultura, spesso manifestando un particolare talento per le belle arti, la poesia e la musica.
La buona terra, i pascoli, il mare ricco di pesce offrivano tutto quanto era necessario per vivere. L’abbondanza di frutti, la grande disponibilità di prodotti agricoli e di bestiame, la quantità di oggetti e manufatti artigianali, molto superiore al fabbisogno, spinsero i nostri progenitori ad allacciare rapporti commerciali con le colonie spagnole al di là delle paludi. Servendosi di barche piatte e leggere, frutto dell’ingegno e della maestria dei falegnami arkadici, gli uomini avevano ristabilito vie di comunicazione e di commercio attraverso la palude. Purtroppo, insieme con il denaro e l’oro che iniziarono ad affluire in conseguenza degli scambi con le corrotte comunità del nord, si diffusero ben presto anche fra la nostra gente, l’avidità, la sete di ricchezza e i soprusi. Così i nostri avi persero per sempre la loro innocenza.
In un tono più cupo, la Grande Sorella proseguì il suo racconto:
- Alcuni uomini senza scrupoli, arricchitisi con il commercio del tabacco e di una acquavite ricavata dalla canna da zucchero, molto gradita agli Spagnoli, per incrementare i loro affari escogitarono una soluzione che ebbe conseguenze devastanti sul nostro sistema sociale. Essi pretesero che le singole proprietà e i relativi proventi, quest’ultimi spontaneamente condivisi fra le persone secondo princìpi di reciproco aiuto, di scambio, di collaborazione, di equità, fossero ben individuate e distinte; e coloro che risultavano possedere poco o nulla, i più poveri, in cambio di pochi miseri denari, per sopravvivere, erano costretti a lavorare alle dipendenze dei più abbienti, faticando come schiavi nei campi o nelle squallide costruzioni adibite ad opifici. Anche le donne, spinte dalla necessità, dovettero lasciare le loro tranquille dimore, trascurando i figli, abbandonando gli studi e le attività intellettuali, rinunciando ai propri interessi ed inclinazioni, per svolgere mansioni umilianti e ripetitive al soldo dei ricchi possidenti.
Uno dei più grossi latifondisti si era proclamato sovrano ed essendosi circondato di un potente esercito di mercenari, obbligava i suoi sudditi ad onorarlo e a servirlo, stabilendo dei pesanti tributi che essi dovevano corrispondergli sotto forma di denaro o con prestazioni d’opera, a pena della vita. Il tiranno aveva monopolizzato le uniche vie di comunicazione per i commerci attraverso le acque stagnanti. Si era accaparrato tutte le barche disponibili e, costituita una compagnia di “scafisti”, come venivano chiamati, cioè una banda di avventurieri che era incaricata di trasportare le merci sulle imbarcazioni del re, ricavava guadagni altissimi da quei traffici privi di concorrenza, e se qualcuno cercava di opporsi o di attraversare le paludi con i propri mezzi, veniva eliminato.
L’incremento di denaro attraverso i commerci e le attività illecite favorì soprattutto i più avidi e spregiudicati, i violenti e i corrotti, chi si imponeva con forza e prepotenza, mentre le persone più pacifiche e rispettose si impoverivano sempre di più, trasformandosi in una massa di servi-lavoratori in mano ai latifondisti che si erano appropriati di tutti i terreni coltivabili.
La situazione rapidamente precipitò; le forti tensioni sociali diedero luogo a lotte furibonde e cruente che culminarono nella guerra civile. Le sciagure sembravano non aver mai fine: alla guerra seguirono lunghi anni di stenti poiché più nessuno lavorava, essendo chiamato a combattere per la propria sopravvivenza. L’economia del paese subì il tracollo; gli scambi commerciali e gli affari si bloccarono; i campi, un tempo rigogliosi di frutti, di piante, di ortaggi, divennero scenario di scontri sanguinosi, battaglie, devastazioni. La popolazione maschile venne decimata dalle guerre e dalle carestie. Fu allora, quando il tiranno riprese il potere che fu imposta alle donne la condizione più umiliante: sostituire gli uomini, i braccianti, i servi della gleba nel lavoro sui campi, nelle attività logoranti e faticose. In quegli anni di feroci sopraffazioni, la violenza maschile divenne la principale causa di morte per le nostre antenate, le quali erano oggetto di stupri o dovevano soggiacere ai turpi godimenti della soldataglia.
In quel cupo periodo di decadenza, una donna straordinaria e determinata, la Grande Madre, a cui noi tutte ci inchiniamo, guidò le sorelle verso la vittoria, la riconquista della libertà e della dignità. La Grande Madre aveva partorito un’idea semplice quanto geniale che avrebbe messo fine alle nostre sofferenze: se l’imperfetto essere maschile era all’origine dei mali che affliggevano la comunità, se la bestia-uomo era causa di violenza, corruzione e soprusi, allora si rendeva necessario estirpare quella pianta infestante che impediva al popolo femminile di crescere in prosperità e in pace -.

Avevo seguito il racconto della Grande Sorella con grande partecipazione, ma non riuscivo a capire quelle sue ultime frasi, cariche di speranza ma anche di un oscuro senso di minaccia.
- Che è dunque successo ai vostri uomini? – chiesi allarmato – Sono scomparsi a causa delle malattie e delle guerre? Sono stati catturati dagli Spagnoli? – Ero convinto che qualcosa di drammatico fosse avvenuto non molto tempo prima del mio arrivo in quel luogo e che questa fosse la ragione della diffidenza e dell’ostilità con cui ero stato accolto.
- No. Portando a compimento il disegno della Grande Madre, che è nostro dovere applicare ancora oggi, le nostre progenitrici si sono liberate degli uomini di Arkadia.
- Ma come è possibile? I maschi hanno una maggiore forza fisica, come avete fatto a cacciarli via?
- Non li abbiamo cacciati ma ridotti in minoranza ed eliminati a poco a poco evitando che si riproducessero. Le nostre madri sono riuscite a controllare le nascite in modo che non ci fossero più nuove generazioni maschili in grado di sostituirsi a quelle dei padri nelle angherie e nei soprusi.
- Terribile! E con quale coraggio avete impedito a quei poveri bambini di diventare adulti?
- Oh è stato straordinariamente semplice. La Grande Madre aveva visto giusto. Vi fu un segreto accordo fra le sorelle, una santa alleanza a cui tutte aderirono. Quando nasceva una femmina, questa veniva allevata e curata amorevolmente, nel migliore dei modi ed era una festa per tutte. Se invece nasceva un maschio, la levatrice lo faceva sparire abbandonandolo nella foresta o ai margini della palude. Al padre si riferiva che il parto non era andato a buon fine o che il figlio era morto poco dopo aver visto la luce.
Mi si era gelato il sangue nelle vene, riuscii solo a dire:
- Che orribile barbarie! Che crudeltà!
- Era necessario. Dovevamo spezzare quella catena a cui l’uomo ci aveva assoggettato. Del resto, voi che abitate oltre l’oceano o nelle terre del nord non avete usato ancor maggiore ferocia nell’impadronirvi di altri popoli che vivevano pacifici, privandoli della libertà e della vita; obbligandoli a lavorare, uccidendo, violentando, deportando? E gli Spagnoli venuti da lontano per depredarci e renderci schiavi, non hanno forse portato morte e distruzione nelle terre dove conficcavano le loro insegne?
Dovetti riconoscere che aveva ragione. Spagnoli e Portoghesi erano venuti in America in cerca di oro, ricchezze, terre da conquistare, popoli da sottomettere e convertire, schiavizzando e massacrando gli indigeni. Ma anche noi Inglesi, pur accomunati dalla stessa religione cristiana che predica la tolleranza e la carità, avevamo le nostre colpe e non erano scopi pacifici quelli che ci avevano spinto a fondare nuove colonie in Asia, in Africa ed ora a rivaleggiare con gli Spagnoli nel Nuovo Continente.
Quei discorsi mi avevano bloccato la digestione, ma ormai ero preso nella spietata logica di un colloquio in cui, mio malgrado, mi sentivo chiamato in causa. Ero l’unico uomo di quella comunità: dovevo difendere la mia natura e il genere cui appartenevo.
- Come è stato possibile – domandai – sottrarre i neonati maschi all’amore spontaneo delle loro madri? È un atto contro natura!
- Ci eravamo organizzate. Quando si trattava di un parto gemellare misto, la neonata femmina assorbiva con la sua presenza tutto l’amore della mamma, compensando la perdita dell’altro figlio. Quando nasceva solo un bambino e questo veniva necessariamente eliminato secondo le regole che ci eravamo imposte, la madre trovava consolazione nella cura di bambine non sue, messe a disposizione dalla comunità che così, lentamente, si spopolava di maschi.
- Spaventoso! Come potevano non accorgersi, quei padri mancati, di quel lento sterminio di bimbi innocenti?
- Alle bestie-uomo non interessano i bambini: smaniano solo per il sesso, il denaro e gli altri vizi. Le madri che si privavano del loro figlio maschio avevano accettato anche un ulteriore sacrificio, non meno gravoso del primo: distrarre l’uomo-padrone con un’intensa attività sessuale, in modo da tenerlo occupato e impedire che si lamentasse per l’incapacità della compagna di procurargli un erede. Tutte quante noi che oggi godiamo della piena libertà su questa terra, dobbiamo ringraziare quelle coraggiose progenitrici che, soddisfacendo le disgustose voglie degli uomini, ci hanno permesso di vivere affrancate dal maschio oppressore.
Non volli fare commenti, ma ero perplesso oltre che inorridito. Come potevano verificarsi nuove nascite in una società di sole donne da cui il sesso, e quindi l’evento riproduttivo che sta alla base della vita, stando alle affermazioni della regina, era stato bandito?

[continua]

sabato 22 dicembre 2007

L'ultimo viaggio di Gulliver

L’ultimo viaggio di Gulliver (I)

Sono ormai anziano. Ho molto viaggiato nella mia vita e visto cose straordinarie e incredibili che ho trasferito nei miei diari. Devo ad essi una certa notorietà, ma non sempre la fama apporta vantaggi ai propri eletti. Molti pensavano che mi fossi inventato tutto. Altri mi hanno creduto pazzo. Cose passate.
Mi ero ritirato in campagna e conducevo una vita tranquilla e senza scosse, quasi noiosa. Un giorno un mio caro amico, dovendo affidare il suo mercantile ad un giovane capitano per un lungo viaggio in mare, conoscendo la mia esperienza, tanto mi pregò e tanto fu abile nel convincermi che alla fine accettai di imbarcarmi sulla nave, ufficialmente nel ruolo di medico di bordo, ma con il segreto incarico di promuovere gli affari nel Nuovo Continente, allacciare rapporti con i locali ed essere di aiuto durante la navigazione.
Salpammo il 6 maggio 1735 dal porto di Dublino, dirigendoci verso sud, per evitare l’insidioso canale fra l’Irlanda e la Scozia. Circumnavigata la verde terra irlandese, puntammo decisamente la prora verso sud-ovest, per attraversare l’Atlantico e raggiungere le nuove colonie inglesi d’America.




Dopo diverse settimane di tranquilla navigazione, il caso volle che la mia identità, nota solamente al comandante e all’armatore, venisse scoperta. La notizia si sparse rapidamente fra la ciurma che cominciò ad agitarsi. È noto quanto i marinai siano superstiziosi. Essi, basandosi sulle scarse notizie relative ai miei precedenti viaggi per mare, si erano convinti che io recassi sciagure e sfortune alle navi di cui ero ospite: invariabilmente si scatenavano terribili tempeste, oppure la nave andava alla deriva, si perdeva, era assalita dai pirati o faceva naufragio.






Così, sotto la minaccia di un ammutinamento, il capitano fu costretto a calarmi in una scialuppa con una piccola provvista di acqua e cibo, in un angolo sperduto dell’oceano lontano dalle rotte commerciali. Mi trovavo probabilmente al largo delle coste della Florida.
Trascorsi qualche giorno in balia dei venti e delle onde, non potendo e non sapendo dove dirigermi. Attorno a me solo l’immensità del mare e l’azzurro del cielo. Finalmente, il 7° giorno, intravidi una linea di costa sabbiosa ricoperta di un rigoglioso manto verde.





Aiutandomi con i remi, quando fui più vicino mi accorsi che si trattava di una intricata foresta che si protendeva fin sull’acqua, dove le mangrovie affondavano le loro radici aeree, lunghe ed esili, come zampe di bizzarri fenicotteri dal verde piumaggio.






Guadagnai la riva in un tratto sgombro dalla vegetazione. La spiaggia sembrava deserta, ma appena mi inoltrai fra le piante in cerca di una fonte per dissetarmi, venni circondato da un gruppo di donne dall’aspetto fiero, armate di rudimentali lance, archi e curiose spade di legno che portavano al fianco.
Mi immobilizzarono le braccia con certe liane usate a mo’ di corda, quasi che io, disarmato, privo di forze e solo, potessi costituire una minaccia o un pericolo per quel gruppetto di indigene, armate, giovani ed energiche. Mi obbligarono a seguirle, incitandomi con le lance e tirandomi con la corda che mi avevano messo al collo, come noi usiamo fare con le bestie e i cani. Dopo una marcia interminabile, arrivammo ai piedi di una capanna-palafitta che sembrava essere la costruzione più grande ed elevata di un villaggio formato da abitazioni più modeste raccolte ai margini di un’immensa palude. La palafitta fortificata era sospesa sulle acque che si estendevano a vista d’occhio oltre i pali di sostegno. Sul davanti, due scalette praticabili erano sorvegliate da altrettante guardie, anch’esse giovani e di sesso femminile. Fui portato al cospetto di un’anziana signora che indossava abiti di fattura assai grossolana e sfoggiava anelli e monili di scarsa valore ma con la pretenziosità di una principessa. Era chiamata “Grande Sorella”. Riuscivo a comprendere il loro linguaggio poiché mescolava un originario dialetto locale ad una forma arcaica di spagnolo, lingua diffusa nel continente americano in seguito alla colonizzazione iniziata nel XVI secolo. Stranamente, sia nel villaggio come presso l’esercito o la “corte” che attorniava la regina di quella misteriosa tribù, non vi erano uomini. Pensai che la popolazione maschile si fosse attardata nella foresta per una battuta di caccia o per portare a termine un importante lavoro, e che sarebbe tornata con il buio; oppure che era trattenuta in un territorio lontano da esigenze di difesa o azioni di guerra. Ma come si spiegava, allora, anche l’assenza di bambini maschi e di anziani? Mentre mi conducevano alla palafitta, incrociammo solamente ragazze e giovani donne che mi guardavano con curiosità e diffidenza; altre, anziane, mi erano apertamente ostili. La Grande Sorella si rivolse a me con la gravità di un giudice quando pronuncia la sentenza e infligge la pena:
- Straniero – disse con voce metallica – il nostro popolo non tollera la tua presenza. Dovrai andartene attraverso la grande palude e raggiungere i tuoi simili procedendo verso nord. Se invece cercherai di tornare indietro, ti aspetta la morte! -
- Grande Sorella, lo vedi, sono vecchio e debole e questa terra mi è sconosciuta. Sono stato abbandonato in mare; non sono giunto qui per mia volontà. Perché questa dura punizione? Di quale colpa mi accusi?.
- La tua fisionomia, la barba e le vesti che indossi tradiscono la tua colpa: appartieni al genere maschile e per questo devi andartene, non puoi mescolarti con le nostre sorelle e guastarle come solo le bestie-uomo riescono a fare.
- Ma nella palude ci sono serpenti, alligatori e mille pericoli – cercai di protestare.


- Non ci riguarda. Ti lasceremo la barca con cui sei approdato alle nostre rive. Con la stessa dovrai andartene.
- Perché tanta crudeltà? Che delitto c’è nell’essere uomo?
- Straniero, ti è stato concesso già troppo tempo. Passerai la notte sotto sorveglianza del corpo di guardia e domani sarai scortato là dove iniziano le acque basse.

“Eccomi ancora in pericolo di vita! - pensai – di nuovo solo ad affrontare l’ignoto!“
Stavo per essere portato via dalle amazzoni che mi avevano catturato quando, dalla stessa apertura verso cui mi guidavano sbucò correndo una bambina con una bambola di pezza in mano.
- Nonna, Nonna! – gridava – Voglio vedere… - Si interruppe trovando il piccolo drappello a sbarrarle la strada. Istintivamente allungai le braccia per evitare lo scontro, poiché, trascinata dal suo impeto, la piccola mi sarebbe certamente venuta addosso. Il mio gesto protettivo si trasformò spontaneamente in una carezza sui capelli neri e lisci di quella vivace creatura che non doveva avere più di 8 anni. Lei alzò gli occhi scuri e innocenti verso di me, sorridendo stupita, poi, rivolgendosi alla Grande Sorella:
- Che buffa questa nonna con i capelli sulla bocca come le scimmie! – disse, riferendosi alla mia barba, attributo maschile assai comune ma che evidentemente vedeva per la prima volta. Non capivo però perché mi chiamasse “nonna”.
- Silka, questa è una scimmia molto cattiva capitata qui per caso, ma stava per andarsene – Intervenne il mio severo giudice, ora inspiegabilmente intenerito e aggiunse:
- È pericoloso per te rimanere qui; torna a giocare nella tua capanna!
- Non andare via, nonna-scimmia! – implorò con irresistibile simpatia la mia piccola salvatrice - Rimani a giocare con me! -
La piccola doveva avere molto ascendente sulla Sorella anziana: gli occhi di questa, prima gelidi e spietati, ora sembravano aver recuperato una luce di umanità e la voce si era inaspettatamente ammorbidita, rivelando un tono di trattenuto divertimento. Per salvarmi, puntai tutto sul suo evidente affetto per la bambina:
- Se la Grande Sorella me lo concede – dissi rivolto a Silka – costruiremo insieme un bellissimo aquilone e poi andremo sulla mia barca e ti insegnerò a pescare.
- Sì,sì pescare, che bello. Ma cos’è “aquilone”? – chiese ingenuamente con le luminose sue perle nere sfavillanti di curiosità.
- È una piccola vela colorata che faremo volare in cielo.
Avevo conquistato la bambina, ma commosso anche la Grande Sorella, che osservò:
- Straniero, tu non sei come le altre bestie-uomo. Qual è il tuo nome?
- Gulliver, Lemuel Gulliver, medico di bordo sulle navi di sua Maestà Britannica.
- Gulliver, potrai rimanere qui in pace in una capanna che ti procureremo. Alcune delle mie guardie saranno a tua disposizione e ti proteggeranno da eventuali atti violenti di alcune nostre sorelle più esagitate.
- Oh Grande Sorella, ti ringrazio! – dissi sollevato e aggiunsi: – Sono un uomo pacifico; perché mai il vostro popolo dovrebbe farmi del male?
- Perché i tuoi simili sono malvagi e hanno procurato gravi sciagure alle nostre antenate in passato. Ma di questo parleremo domani, se vorrai. Ho l’alto onore di amministrare la giustizia e sovrintendere ad altri compiti istituzionali per il bene della città. Ora non posso concedermi distrazioni. – Mi congedai con un grande inchino lasciandomi condurre dalla scorta al mio rustico alloggio: una capanna di legno con un giaciglio, un lume e poche suppellettili. Ero troppo stanco per raccogliere le idee o anche solo guardarmi d’attorno. La settimana passata quasi insonne sulla barca e le emozioni di quel primo giorno presso la misteriosa comunità di cui ero ospite, mi avevano molto affaticato. Mi stesi sul letto e dormii come un sasso per parecchie ore.
L’indomani fui convocato dalla Grande Sorella che aveva predisposto per me una specie di portantina con la forma di un grosso baule in vimini. Fui invitato ad entrare in quella che aveva tutto l’aspetto di una gabbia per le bestie feroci. Due pali sorreggevano il voluminoso contenitore, trasportato a spalla da quattro robuste giovani. La portantina era completamente chiusa sui lati, così non potei osservare gli abitanti del villaggio durante il tragitto, ma nemmeno loro potevano distinguere il pericoloso animale barbuto racchiuso nella cesta.
Il sole era già alto. Mi ricordai con nostalgia che più o meno a quell’ora, nella mia casa di campagna ero solito sedermi a tavola per il pranzo. Per fortuna, anche presso quel popolo vi era la medesima usanza. Galanta, questo era il nome della Grande Sorella come appresi in seguito, aveva fatto preparare dei cibi che mangiai con gusto. Lei mi fece compagnia ma assaggiando solo poche vivande, con frugalità. Vi erano ciotole contenenti frutta e verdura, pannocchie di mais abbrustolito, patate, pomodori, carote, frutta tropicale, banane piccole e dolcissime, ananas, agrumi e tanti altri prodotti della terra che non avevo mai visto. In un contenitore c’erano delle tortillas, focacce, probabilmente derivate dal frutto della manioca che sostituivano egregiamente il pane. Alcuni ampi vassoi ospitavano carne di tacchino e di maiale e altre vivande che potrei definire “cacciagione” in quanto – così mi informarono – comprendevano animali di palude: capibara, uccelli, rane e, purtroppo per me, abituato ai sapori della nostra civiltà, anche serpenti, pipistrelli e insetti. Naturalmente non mangiai tutto ciò che così generosamente mi veniva offerto, ma feci piccoli assaggi soddisfacendo la curiosità e il gusto non meno dell’appetito. Il pesce ovviamente era ben rappresentato su quella tavola imbandita; sia quello d’acqua dolce, sia quello di mare, o forse dovrei dire di costa, giacché la comunità di femmine evidentemente non disponeva di navi in grado di spingersi in mare aperto, ma solo di piccole imbarcazioni per la pesca in acque poco profonde, oppure – ancor più probabile – non vi erano uomini validi, e quindi marinai, in grado di avventurarsi al largo. Avrei volentieri accompagnato il mio pasto con qualche sorso di buon vino spagnolo o francese, ma le bevande che mi portarono, peraltro gradevoli e dissetanti, erano tutte a base di frutta e non alcoliche.
Quando mi fui a sufficienza saziato, come è buona usanza di ogni gentiluomo inglese degno di questo nome, essendo ospite di una signora e volendo renderle il dovuto omaggio, mi sentii in dovere di fare qualche domanda alla nobildonna di cui avevo conquistato la stima, al fine di avviare una salottiera conversazione. Invero non ero mosso unicamente da doveri di cortesia, ma da viva curiosità e legittima preoccupazione per la mia sorte in quel lontano paese. Dapprima il colloquio non mancò di appassionarmi, ma ad un certo punto le inaspettate rivelazioni della Grande Sorella, furono così sconvolgenti che di nuovo temetti per la mia incolumità.

[continua]

Se una notte d'inverno un narratore...

Nel post qui sopra ho esposto l’incipit di un racconto di mia invenzione che potrebbe fornire lo spunto per un “gioco” narrativo, un esercizio di fantasia, costituire il soggetto di una trama da sviluppare applicando la sequenza indicata da Davide Bregola.
Si tratta di dare un seguito alla storia proposta, modificando anche l’incipit, se occorre. La mia intenzione è metafisica: esplorare con la fantasia un luogo immaginario, una terra priva di uomini (o affrancata dagli uomini…), nel senso di maschi, abitata solo da donne che hanno quindi potuto costituire e liberamente organizzare una società tutta al femminile.
Le aspiranti scrittrici potranno sbizzarrirsi a descrivere un mondo “liberato” dal genere maschile; e gli aspiranti scrittori dovranno calarsi in una sensibilità “al femminile” per rappresentare questa società di sole donne.

Tutti, se interessati, dovranno dare una risposta e una soluzione “narrativa” ai seguenti quesiti:

· come si è venuta a creare quella condizione?
· che fine hanno fatto i maschi?
· come è organizzata la società delle donne?
· qual è il conflitto e il possibile sviluppo del racconto?
· come si scioglie l’intreccio?

Naturalmente io ho già qualche idea che cercherò di elaborare nelle prossime settimane.

Il racconto potrebbe essere scritto e concludersi nei modi più diversi: sarebbe una sorta di novella “interattiva” per la quale sono possibili le più diverse soluzioni, vagamente rifacendosi alla tecnica narrativa del romanzo di I. Calvino “Se una notte d’inverno un viaggiatore” - dove sono raggruppati una serie di incipit di storie incomplete -, al “giallo” di Fruttero e Lucentini: “La donna della domenica” e al più recente: “Donne informate sui fatti” di Fruttero (unico superstite della gloriosa coppia di scrittori).
Oppure potrebbe dar luogo ad un racconto a più mani, il saggio finale della Scuola di scrittura.

Aladyno

martedì 20 novembre 2007

Raccontare la ferraresità - Don Giovanni in Emilia (I)

Don Giovanni in Emilia: una storia ferrarese
(Parte I)

Sono un essere spregevole. Antiromantico, amorale, cinico, epicureo; diffido di qualunque religione, antepongo i piaceri della carne a quelli dello spirito; fra l’amore senza sesso e il sesso senza amore prediligo di gran lunga quest’ultimo. Non privo di intelligenza, cultura, fascino, perseguo la filosofia del carpe diem: meglio un’amante oggi che una moglie domani. Insomma, avrei tutte le carte in regola e le caratteristiche per potermi definire un inguaribile libertino e irresistibile seduttore se non fosse per un particolare di non trascurabile importanza; mi manca proprio ciò che fa di un uomo un maschio: mi mancano le femmine. E per giunta, sono sposato. Nessuna donna mi ha mai voluto come compagno di giochi, né ha mai accettato di essere mia complice per trasgredire; nessuna si è mai accesa di desiderio o è caduta in tentazione per causa mia, ad esclusione della mia legittima compagna, ma lei non entra nel computo delle amanti e poi si tratta di una fiamma di tanti anni fa... Nulla di nulla da allora e anche prima di allora: sono il più casto dei libertini, il più fedele degli adulteri e il mio curriculum erotico farebbe invidia ad un monaco di clausura.
È molto difficile modificare questa insolita e imbarazzante condizione di probo peccatore che comporta solo gli svantaggi di una vita sregolata (la pubblica esecrazione, l’ostracismo della Chiesa, dei benpensanti e di tutto l’universo femminino) senza averne i godimenti, soprattutto qui a Ferrara dove più è severa e ipocritamente applicata la dura legge della fedeltà coniugale.
Alle volte, quando sento più intollerante il peso di questo ingiusto, incolpevole, interminabile letargo erotico e passionale, e tento di recuperare almeno un briciolo della mia umiliata sessualità, mi impongo un amaro rimedio che poi si rivela sempre peggiore del male: vado in una sala da ballo per “tardone”, l’unico ambiente dove un dinosauro come me, ormai avviato verso l’estinzione, può illudersi di “cuccare”.
In una di queste rare occasioni, dopo un’ora di frustrante, invidiosa contemplazione di coppie ormai attempate che sembrano spassarsela dimenandosi al ritmo di balli tradizionali e “anni ‘60”; dopo aver girovagato per la sala gonfiando il petto, tirando in dentro la pancia, come ad una parata militare, con sguardo da improbabile sparviero in cerca di prede, tutte peraltro assai poco appetibili e ancor meno disponibili; deciso a sperimentare la mia dialettica sul banco di prova più duro e ostile che io conosca, cioè quello del vacuo, artificioso e competitivo mondo delle balere, intravedo nella penombra una figura femminile apparentemente priva di cavaliere o di dame da compagnia che potrebbe fare al caso mio. L’incauta sembra non aver preso le solite precauzioni che le sue consimili usano adottare per difendersi da avventurieri e molestatori da sala, ovvero non si è arroccata nel punto meno accessibile del locale, dietro trincee di tavolini e divani, né si è protetta dagli eventuali assalti dei malintenzionati con il vecchio sistema di raccogliere attorno a sé un manipolo di variopinte guardie svizzere di sesso femminile, cui spetta il compito di racchiudere, entro la rassicurante fortezza del loro corpo e della loro mole, l’amica meno racchia del gruppo.
Mi avvicino senza curarmi troppo della sua avvenenza: a scopo di allenamento, per fare esperienza di tacchinaggio va più che bene. Le chiedo se si è seduta per riposare oppure se è in attesa di ritornare in pista. Mi risponde con gentilezza, senza le solite pose delle frequentatrici di balera, dicendo che non ha intenzione di ballare. Era proprio ciò che volevo: se si balla, non si parla e non si cucca! Chiedo cortesemente di potermi sedere e iniziamo a chiacchierare.
E’ una bella signora dall’aspetto florido, capelli biondo chiaro, il viso, leggermente truccato, ha una certa bellezza che si intuisce “passata ma non ancora trascorsa” come direbbe il Manzoni. Il suo punto di forza, ora che la posso osservare da vicino, è il décolleté: un’accogliente insenatura dove sarebbe dolce naufragare. Ha un po’ meno della mia età e si trova lì per caso, per accompagnare un’amica che è appena uscita dal locale. Si è separata dal marito da meno di due mesi ed è ancora confusa; con quella sua amica pensava di iscriversi ad una scuola di ballo. La situazione si prospetta interessante: è sentimentalmente libera e sta cercando un nuovo compagno…
Con una certa faccia tosta le dico che anch’io avevo pensato di separarmi e mi stavo “guardando intorno”. E’ una ex infermiera che ha lasciato l’attività regolare ma continua a lavorare “in autonomia” per conto di una cooperativa che fornisce personale paramedico alle strutture ospedaliere.






“Io lavoro *****”, la informo, ed aggiungo: “ma i miei veri interessi sono di tutt’altro genere: la musica, la letteratura, l’arte, ecc. E proprio in questo periodo sto frequentando un corso di scrittura creativa per ‘mettermi alla prova’ come scrittore e dedicarmi finalmente a qualcosa più gratificante”. Questa mia ultima frase risveglia la sua attenzione: “Oh, ma allora se ti racconto la mia storia tu riusciresti a scriverla? La mia vita è un romanzo!”. Affermazione un po’ ingenua, tipica delle persone semplici che ritengono le loro vicende personali degne di nota o addirittura “memorabili” per il solo motivo che … loro ne sono i protagonisti. Comunque, prendo la palla al balzo e le dico che al giorno d’oggi un libro “vende” se parla di amore e soprattutto di sesso (Penso al “diario” scandalistico: melissa p. 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, che ha venduto milioni di copie, ma non lo menziono essendo più che certo di non avere a che fare con una profonda conoscitrice di fenomeni editoriali e “best seller” contemporanei).





Con una risatina imbarazzata mi fa capire che la sua vicenda fuori dal comune comprende anche il sesso; ad ogni modo il progetto del libro è l’aggancio giusto per poterla rivedere. “Dobbiamo incontrarci così mi racconti la tua storia e poi proviamo a scriverla”. Le chiedo di scambiarci il numero di telefono; mentre si piega per frugare dentro la borsa alla ricerca del cellulare, ho una meravigliosa visione del giunonico petto, a stento trattenuto dalla camicetta e così generosamente debordante da ostacolarle la manovra. Fatto lo scambio dei numeri, ci salutiamo e usciamo separatamente dal locale.

Nei giorni che seguirono il fortunoso evento, presi l’iniziativa di telefonare alla mia eroina da feuilleton, che d’ora in poi chiamerò Silvana, contando sul fatto che era necessario vederci di nuovo per organizzare la “scaletta”, la traccia di quel nostro progetto letterario. Per almeno una settimana, gli impegni e gli orari di lei non collimavano con le mie proposte, dato che anch’io non potevo disporre liberamente del mio tempo. Comunque le telefonate e i messaggini e la corte discreta, avevano indotto la mia corrispondente ad aprirsi con una certa fiducia: alle volte era lei che mi chiamava, anche in momenti un po’ imbarazzanti, sul lavoro, raccontandomi con dovizia di particolari i fatti del giorno che più l’avevano scossa e io, da buon confidente e samaritano, la ascoltavo e le esponevo la mia pacata interpretazione degli avvenimenti privati, non propriamente memorabili o rocamboleschi, che la inquietavano (sgarbi da parte di una collega di reparto, incomprensioni, strani comportamenti del medico di turno, ecc.).
Alle volte manifestava un candore, un’ingenuità d’animo, un’innocenza quasi disarmante. Mi chiedeva come mai avessi preso così a cuore i sui problemi, voleva evidentemente essere rassicurata circa le mie “buone” intenzioni, ma io mi astenevo dal darle delle risposte così intime per telefono dicendole che di questo si poteva parlare solo a quattr’occhi, anche per indurla, a concedermi quel benedetto primo appuntamento. In quel periodo di intense comunicazioni telefoniche, consumai l’intera ricarica del cellulare che normalmente mi sarebbe bastata per un anno; ma si sa, la gestione di un’amante o la sua ricerca è un’attività maschile assai dispendiosa.
Dopo oltre una settimana, durante la quale avevo dato corso a tutta la diplomazia di cui disponevo e all’infinita pazienza cui ero stato educato dai miei fallimentari trascorsi in ambito amoroso, giunsi finalmente a strapparle il consenso per una disimpegnata chiacchiera al bar. Scelse un locale abbastanza distante da casa sua, dove non correva il rischio di incontrare persone che avrebbero potuto riconoscerla, quasi fosse lei quella che doveva temere di più lo “scandalo” di essere scoperta a conversare con un uomo diverso dal proprio marito, da cui peraltro era ufficialmente separata, e non io, ancora regolarmente sposato. Ad ogni modo, quelle sue precauzioni, assolutamente sproporzionate alla portata del “rischio”, erano un buon viatico all’evolvere di una relazione clandestina, in quanto creavano un alone di peccaminosa complicità attorno ai due futuri adulteri.
Tuttavia, nonostante le premesse, contraddistinte da quell’eccesso di circospezione e cautela che sembrava volesse maliziosamente suggerire proprio ciò che sembrava escludere (tipico comportamento femminile, del resto…), il breve incontro al bar si svolse nel più innocente dei modi. Lei mi parlò della sua situazione familiare: suo figlio, ormai trentenne, lavorava in un’altra città; il marito, che sembrava essere rinato dopo la loro separazione, era già andato a convivere con quella che era stata la sua amante. Silvana viveva da sola nella casa di proprietà accanto a quella della madre: le due donne, prive entrambe del marito, si facevano compagnia a vicenda. Non era un soggetto particolarmente interessante per una storia, da un punto di vista letterario, ma erano informazioni utili per avere un’eventuale “storia” con Silvana.
La mia infermiera nutriva velleità artistiche: si dilettava nel disegno seguendo unicamente il proprio estro e l’ispirazione; tuttavia non pareva avesse la benché minima nozione di storia dell’arte, di stili, tecniche, scuole o correnti di pittura moderna e, in ogni caso, si sentiva impedita da una sorta di virginale pudore a mostrare le sue “opere” in pubblico e tanto meno era disposta a farle valutare da qualche estimatore d’arte. Il breve colloquio che avrei voluto includere nella mia strategia di assedio e conquista si concluse senza vinti né vincitori, però lasciava aperta la possibilità di una conoscenza più approfondita.
Passò un’altra settimana di proposte da parte mia, di chiacchiere, di messaggi, di confidenze, tutte risolte attraverso il mezzo telefonico: importuno e ingiustificato cresceva dentro di me il fastidioso senso di colpa dell’ingannatore dilettante, e questo prima ancora di aver commesso il più veniale dei peccati. Potenza dell’educazione cattolica: riesce a farti sentire un essere abbietto già solo fantasticando su una remota possibilità di tradimento! Del resto le tavole della Legge che un tremendo Iddio aveva dettato a Mosè stigmatizzavano non solo l’atto della fornicazione, ma anche il semplice desiderare la donna d’altri...
L’incontro al bar si era concluso con una “patta”: io non avevo chiarito la mia posizione, né avevo colto indizi o segnali espliciti che preludessero ad una maggiore intimità, ma nemmeno segni di resistenza o di chiusura. Decisi di ritornare alla carica per sbloccare quella situazione di impasse e farla evolvere, se possibile, da una fase di “studio” ad una di totale abbandono al dolce imperio dell’amore.
Le proposi un’uscita di sera: cena più concerto di jazz. L’occasione era ghiotta poiché l’evento musicale non era da fanatici del genere ma si prospettava come un godibilissimo omaggio al tango di Astor Piazzola, con i pezzi dell’originale compositore argentino riproposti in forma jazzistica.




















Eventualmente, se il dopo cena si fosse prospettato interessante anche senza il commento musicale, avrei potuto rinunciare al concerto.
Silvana accettò: coincideva con la sua giornata libera e non erano previsti cambi di turno per coprire l’assenza di qualche collega. Ci accordammo per una certa ora, offrendomi di venirla a prendere. Lei fece la controproposta di vederci direttamente sul posto o in un bar lungo il tragitto e poi proseguire insieme.
Tutti quei sotterfugi escogitati senza troppa convinzione dalla pudica fanciulla per evitare che la madre e i vicini scoprissero che usciva di sera con uno sconosciuto, mi facevano sentire un poco di buono, un bieco profittatore, un riprovevole opportunista che insidiava la virtù dell’ingenua verginella. Questa comica situazione, pur nella sua anacronistica assurdità, aveva un risvolto positivo: la stagionata gallinella accettava il rischio di essere sbranata dal lupo cattivo, quindi era in qualche modo disposta ad essere concupita dal subdolo seduttore, premessa indispensabile al buon esito di qualunque conquista.
Alla fine la vittima designata accettò che mi recassi a casa sua, dato che un’imprevista sostituzione pomeridiana le lasciava poco tempo per prepararsi ed uscire con la sua macchina, ma avrei dovuto attenderla in auto, a qualche metro di distanza dal viottolo che conduceva alla sua abitazione, cercando di non dare nell’occhio: mi avrebbe raggiunto appena pronta preavvisandomi con il cellulare. Degna di un film di spionaggio, quella macchinosa manovra cui pazientemente mi sottoponevo era coerente con la piccola bugia a cui la mia complice era ricorsa per nascondere alla madre il nostro primo incontro al bar: aveva giustificato l’uscita dicendo che andava a prendere le pizze da consumare per cena. Come in quella vecchia canzone di Morandi, “Fatti mandare dalla mamma…”, dove un focoso giovanotto, dovendo urgentemente chiedere spiegazioni alla fidanzatina, imponeva a quest’ultima di raggiungerlo al più presto con la scusa di andare a “prendere il latte”:


scene che fanno un po’ sorridere, come nelle commedie all’italiana anni ’60, storie d’altri tempi, di antico sapore strapaesano, di cui si è ormai persa la memoria…



[segue nel post qui sotto]

venerdì 26 ottobre 2007

Raccontare la ferraresità

Raccontare la ferraresità


Circa un anno fa, da un’idea espressa dal Sindaco di Ferrara, Gaetano Sateriale, sul blog del Comune, era partita l’iniziativa di un Concorso letterario avente per tema la “ferraresità”. I racconti dovevano essere presentati entro marzo 2007. La giuria formata da 5 scrittori professionisti ha dovuto esaminare ben 55 opere, cosicché i tempi previsti per la nomina dei vincitori si sono allungati.
Naturalmente, il sottoscritto ha approfittato della ghiotta occasione che forse gli avrebbe consentito di essere un po’ meno sconosciuto, inviando 3 suoi lavori adatti alla bisogna, ma senza ottenere alcun riconoscimento.

Riporto qui sotto il post originale del Sindaco:

Porto franco
il "blog notes" del sindaco
10-10-2006
Nuove storie ferraresi

Spesso mi interrogo: esiste davvero la ferraresità, come indole particolare delle persone? Forse sì. Ma, di sicuro, ciascuno la descriverebbe in forma diversa.
A me, ad esempio, piace pensare a quel tratto di sobrietà e di riservatezza che contraddistingue il nostro modo di essere: che ci fa fuggire i facili entusiasmi e (forse) ci preserva dalle delusioni. La prudenza nel manifestare i propri sentimenti e la diffidenza verso l’esibizione di quelli altrui. Ma forse alcuni (non ferraresi) questi li considererebbero difetti piuttosto che pregi. E ci descriverebbero come gente fredda, disillusa, quasi indifferente, pessimista. La ferraresità è traccia del nostro Dna contadino? O il lascito di un passato storico prestigioso e irripetibile?
Nel dubbio, mi pare un tema interessante da scavare e da lasciar scavare ai diretti protagonisti. In breve, l’idea è questa: indire un Concorso letterario aperto a tutti i narratori non professionisti, far valutare i lavori a una giuria di scrittori ferraresi (professionisti) e pubblicare i cinque migliori racconti a cura del Comune in un volume dal titolo: Nuove storie ferraresi.
Prossimamente renderemo pubblico il bando, ma chi è interessato all’idea può mettersi fin d’ora al lavoro.
Gaetano Sateriale

Ed ecco una sintesi della lettera in cui veniva comunicata la graduatoria dei vincitori del Concorso:

“… la Giuria di Selezione per il concorso letterario “Nuove storie ferraresi” riunitasi in data 24 settembre 2007 ha proclamato come vincitori del concorso i seguenti nominativi:

Sara Passerini, per il racconto Mura di nebbia
Gianpaolo Borghini, per il racconto L’emigrante e il becchino
Franco Caregaro, per La porta nella nebbia
Davide Nani, per Lo scavo
Lara Fabbri, per Tre passi di valzer

Vincitrice assoluta del concorso è stata proclamata Sara Passerini….”


Nessuno dei miei racconti è stato apprezzato dalla giuria. Mi vedo quindi costretto ad utilizzare questo blog per darvi la possibilità di valutare di persona ciò che gli scrittori professionisti hanno censurato o ritenuto non meritevole di pubblicazione. Divulgherò su queste “pagine” virtuali due o tre di quelle mie opere che hanno come filo conduttore la “ferraresità”.
La lunghezza dei racconti doveva essere compresa fra 27000 e 36000 battute (circa 15-20 pagine a stampa): quindi avrete un po’ di materiale da leggere, ma spero che risulti divertente.
Buona lettura a tutti.

Il Paladino furioso

La città del disamore (I)

1° racconto:

La città del disamore
(Parte I)



Angelica mi aveva lasciato. Non era più mia. C’era un altro. Da un po’ di tempo la sentivo distratta e lontana: il sorriso sforzato, quando c’era, lo sguardo assente, i modi formali e distaccati, e poi il crudele stillicidio dell’indifferenza… Era finita. Dovevo dimenticarla.
Mi scaraventai giù in strada per sfuggire alla ringhiante canea dei ricordi. Ferrara mi era nemica. Lungo via Garibaldi la gente mi guardava storto; la mia condanna era già di pubblico dominio: reietto, proscritto, esiliato dall’amore!…Le donne, giovani e meno giovani, sapevano, e approvavano: giustizia era fatta! Frugai con lo sguardo fra quei volti femminei, insofferenti e ostili, cercando un po’ di clemenza o di compassione, ma inutilmente. Le ragazze di passaggio storcevano la bocca o giravano il bel viso verso le vetrine; altre, sentendosi osservate nel loro elegante incedere, fiammeggiavano rapide e accigliate nella mia direzione, subito riprendendo il loro sussiegoso contegno.
Alcune coppie camminavano affiancate, tenendosi per mano. Le ragazze accoglievano compiaciute, come un doveroso omaggio alla loro bellezza, le mie occhiate di mal celata invidia; ma non mi erano grate. Avevano dipinto nel viso l’orgoglio della conquista, la soddisfazione di appartenere ad una casta privilegiata, unita ad un non so che di malizioso ed esibito, e rigettavano i miei sguardi aggrappandosi al loro uomo come leonesse sulla preda.

La piazza municipale era ingombra di tetri presagi. La rosea nudità della cattedrale sforava di sotto la nera corona del Volto del Cavallo, concedendosi lascivamente ad essere osservata come attraverso lo speculum ginecologico.










































La coppia di felini del protiro vigilava quel fiore virgineo stretto fra esili colonne.




























Una strana foschia aveva cancellato la base del duomo. Tutto il suo corpo nudo si offriva impudicamente sulla morbida coltre di nebbia raccolta nel catino naturale del sagrato; le grandi labbra oscenamente protese: fatale tentazione, torbido peccato, mortale pericolo per la mia anima!... Dalla molle alcova, sugli angoli estremi della gradinata, spuntava la groppa leonina dei grifi, con il rostro minaccioso pronto a straziarmi il cuore.






























Alzai lo sguardo. Alla sommità del timpano, Cristo mostrava le mani con impressi i segni cruenti della crocifissione, scatenando i miei sensi di colpa per l’umiliante confronto fra la Sua salvifica e la mia profana passione.


Sotto di Lui era iniziato il tremendo Giudizio.




Come in un lager nazista, gli eletti, in atteggiamento di preghiera, a mani giunte, vestiti di una semplice tunica, erano separati dai peccatori, ignudi, con il viso sconvolto per l’imminente supplizio. Ed io ero fra questi.

















A lato, più in basso la visione della pena: diavoli sogghignanti gettavano i miseri in un liquido rovente.





















Piegai verso il Listone, seguendo a capo chino la fila dei condannati diretti verso il luogo dell’eterno dolore. Passai sotto il giogo formato dalla torre dell’orologio. Uno strato di vapore biancastro mi copriva i piedi: era il ribollire del sottosuolo infernale. Percorsi il mesto sentiero che conduceva all’Averno. Ad un tratto una luce flebile nella nebbia mi offrì un barlume di speranza, come un faro lontano ad una nave alla deriva: era l’insegna di un pub.

Mi infilai in quella bolgia chiassosa, allegra, vitale che forse poteva salvare la mia anima o lenire le mie pene, ma subito mi accorsi che quello non era il luogo adatto per distrarre lo spirito dalle sofferenze d’amore. Gruppi di giovani ridevano rumorosamente; qualche bellimbusto scherzava a voce alta per far colpo sulle amiche. Una coppia si scambiava effusioni; alcune ragazze erano in intimo colloquio con il loro boy friend: lo sguardo sognante, la testa appoggiata alla sua spalla, le mani intrecciate, i corpi uniti, gli occhi di lei persi in quelli di lui…oh, supremo sconforto, crudele tormento è l’amore quando nessuno ti ama!...Come può la perdita del Paradiso precipitarti così subitamente all’Inferno senza neppure la speranza del perdono?
Assorto in quei foschi pensieri, sorseggiavo un boccale di “Red Devil”, quando il giovane di servizio ai tavoli mi chiese, gentilmente, ma con fermezza:
- Ti spiace se faccio accomodare qui quel signore – e indicava un tizio appoggiato al bancone – che è già da un po’ in attesa di sedersi? Purtroppo Il locale è pieno e non ho neanche un posto libero… Così vi fate compagnia!
Annuii meccanicamente senza alzare gli occhi dalla mia birra. L’uomo si sedette e cortesemente mi ringraziò. Passarono alcuni minuti di imbarazzato silenzio. Io ero troppo preso dalle mie dolorose riflessioni e anche un po’ seccato da quella importuna presenza. Intuendo il mio disagio, come per scusarsi, il tizio si sentì in obbligo di attaccare discorso:
- I tuoi amici sono andati in discoteca?
- Non so. Volevo stare da solo.
- E hai lasciato la ragazza a casa?
- Non ce l’ho più la ragazza…da ieri…- risposi con voce sorda.
- Oh, mi dispiace! – disse premuroso - …ma sei giovane: presto ti innamorerai di nuovo e alla tua ex non ci penserai più…
- Non è facile dimenticarla... Angelica è unica!... Le altre non mi interessano.
- Angelica!…– ripeté l’uomo fra sé – Bel nome…È lo stesso di un personaggio dell’Orlando furioso
- Si, conosco la storia, si studia a scuola…
- E hai mai notato che l’eroina dell’Ariosto è un vero e proprio modello della donna ferrarese?
- Non so. Queste cose al liceo non ce le hanno spiegate.
Con un largo sorriso e una luce divertita negli occhi, il mio ospite si affrettò a ribattere:
- Ma per questo ci sono io!…Ti aiuterò a dimenticare la tua fidanzata, vedrai! – e senza attendere il mio assenso, attaccò una specie di conferenza con il tono profetico dello scienziato impaziente di rivelare al mondo le sue sensazionali scoperte:
- La bionda Angelica, bellissima figlia del re del Catai (la Cina di Marco Polo, per intenderci), si materializza fra i maschi guerrieri al solo scopo di turbare gli animi e gettare lo scompiglio negli opposti schieramenti cristiani e saraceni, i cui migliori campioni si distraggono dalle guerresche imprese per amor suo.





Angelica è quindi perennemente in fuga dai valorosi paladini suoi spasimanti, che tuttavia lei disdegna, così come si mostra insensibile all’esibizione delle loro più virili qualità: la forza, il coraggio, l’orgoglio maschile, la baldanza, la pretesa superiorità sessuale, l’attrattiva erotica…Non sono forse così anche le donne nostrane che ostentano modi distaccati e aristocratici; molto belle, quando sono belle, ma tutte un po’ distanti e contegnose? Le “principesse ferraresi” sono di una bellezza seducente ma incorporea; regine che innamorano ma non mostrano, non sanno, o non vogliono essere preda di passioni. Sfuggenti, inafferrabili, incontentabili, ambiziose, volitive: si aprono al sorriso e ai sentimenti solo con la persona che hanno accuratamente selezionato o che soddisfa un loro ben preciso interesse…
-…Insomma, se la tirano…- mi venne in mente, ma mi limitai ad osservare:
- Però poi Angelica si innamora di Medoro…
- Si - rispose prontamente - ma è vero amore o non piuttosto compassione, un sentimento di carità che esclude l’erotismo? Medoro è un giovanetto dai tratti femminei, un improbabile saraceno di carnagione chiara, biondo e avvenente, come Angelica. Ragazzo di nobili sentimenti, di disarmante ingenuità, coraggioso ma anche un po’ imbranato, si fa beccare dai Cristiani e un armigero gli conficca la lancia nel petto. Creduto morto, viene rinvenuto da Angelica che ne è mossa a pietà e lo cura amorevolmente, ricorrendo alle arti medicamentose apprese in Cina.


Matteo Rosselli (Firenze 1578 - 1650) Angelica cura Medoro ferito Olio su tela, cm 178x198 Firenze, depositi delle Gallerie


Lo sprezzante cuore della fanciulla si lascia intenerire da quel giovane moribondo e indifeso e la premurosa crocerossina è infine vinta dalla passione amorosa, come già era accaduto alla bionda Isotta quando si prese cura di Tristano ferito, sanandolo con pozioni miracolose di cui pure lei era esperta.




Convertita alfine all’amore, non per questo Angelica abbandona il suo piglio deciso e determinato: senza finte ritrosie o bucolici pudori, in quattro e quattr’otto, offre la propria virtù al fortunato giovane, che dimostra di gradire, e poi subito organizza il matrimonio riparatore nell’umile villaggio dei pastori in cui si era nascosta. Senza indugio si rimette in viaggio per il lontano Catai, il cui regno ha deciso di offrire in dote al marito. Medoro ha da poco conosciuto la sua sposa ed è già coinvolto in un ambizioso progetto matrimoniale…
- Ma allora per farsi la ragazza, qui a Ferrara, bisogna fingersi malati? – mi venne stupidamente da commentare.
- Eh, eh... – ridacchiò il mio mentore. – La sindrome della crocerossina miete sempre le sue vittime… Ma non basta: bisogna anche essere belli!.. Scherzo, naturalmente… Ma c’è un fondo di verità in quello che hai detto. Con donne così fiere e sicure di sé bisogna mostrarsi un po’ arrendevoli, delicati, inermi… e condividere con entusiasmo le loro idee e i loro gusti!... Non è facile, certo… e anche l’Ariosto, pur descrivendo vergini sprezzanti e apatiche che destano amore ma non amano; pulzelle impavide e guerriere, maghe ingannatrici e maliarde, amazzoni fatali e androgine, per ingraziarsi e divertire le dame della corte Estense che in quelle eroine si riconoscevano e specchiavano, alla fine mostra di preferire, nella sua più autentica dimensione umana e privata, donne più femminili e passionali, come Doralice, o più dolci e amorevoli, come Fiordiligi che rappresenta l’ideale della fedeltà, del vincolo amoroso coniugale, della dedizione al marito.
L’Angelica ariostesca è capricciosa e frigida, fino all’insperata conversione all’amore, e mette in riga tutti i cavalieri. Il Boiardo, altro poeta padano “contaminatosi” con i raffinati veleni della corte estense, la dipinge come una damigella cinica e opportunista, per non dire perfida…
- Ma insomma, si tratta poi solo di un personaggio di fantasia e di 5 secoli fa! – sbottai, in difesa della mia Angelica.
- Si ma straordinariamente attuale – replicò senza indugio il mio interlocutore - Nell’Orlando innamorato, dove troviamo l’”antefatto” della vicenda che si svilupperà nel Furioso, Angelica è tratteggiata come una specie di Mata Hari, una quinta colonna, un agente segreto inviato dal re del Catai per togliere di mezzo i migliori cavalieri di entrambe le fazioni.

Questi, sedotti dall’irresistibile bellezza della fanciulla, avrebbero potuto conquistarla solo vincendo la sfida lanciata dal fratello di lei che si riteneva invincibile e pensava di farli tutti prigionieri grazie alla sua lancia fatata (un’arma ad alta tecnologia, paragonabile al raggio della morte di cui sono sempre dotati i marziani nei film di fantascienza). Un piano diabolico, degno di una moderna spy story o di un thriller. Solo che il disegno fallisce, il fratello viene ucciso, Angelica si dà alla fuga e inizia la girandola degli inseguimenti.
A questo punto il Boiardo introduce un avvenimento che rimescola le carte in gioco e si dimostra sciaguratamente profetico e rivelatore riguardo il destino di questa nostra sfortunata città e dei suoi abitanti, fino ai giorni nostri...
- E sarebbe?... – domandai, un po’ scettico.
- Nella boscaglia delle Ardenne si trova la fonte magica che trasforma l’amore in odio. Lì nei pressi vi sarebbe anche l’antidoto, cioè un ruscello le cui acque operano l’incantesimo opposto, ovvero mutano il disinteresse in desiderio. Rinaldo beve alla fonte del disamore, si vergogna della propria sconveniente infatuazione e ritorna indietro. Ad Angelica accade il contrario: beve all’altra fonte e si accende di passione per Rinaldo. Così ora è lei ad inseguire il disdegnoso cavaliere. Esemplare dimostrazione del motto: “In amor vince chi fugge!”.




[segue nel post qui sotto]

La città del disamore (II)

La città del disamore
(Parte II)


- Si, ma cosa c’entra con Ferrara?
- C’entra, c’entra perché la fonte del disamore si trovava qui, nel nostro territorio che a quel tempo era costituito da paludi, acquitrini ed era letteralmente “intriso” delle acque del Po che allora scorreva a contatto della città. Il pericoloso liquido aveva contaminato le nostre falde, si era mescolato con le acque del maggior fiume e disperso in mille rivoli, canali, “valli” e ristagni. Ancora oggi i ferraresi scontano i suoi nefasti effetti. Acque malsane circondano la città dolente, scorrono sotto i nostri piedi, penetrano nel nucleo urbano, imprigionano il castello e il territorio; il fluido malefico ci insegue in ogni vicolo, ad ogni stagione; non ci dà tregua. Microscopiche ma letali stille di condensa ci stringono d’assedio, ci avvolgono, ci avvelenano poco a poco; penetrano nella gola, nei polmoni, nelle ossa, nel cuore alienandoci lo spirito, l’entusiasmo, la gioia di vivere, come se fossimo tutti sotto l’effetto di un potente anestetico.
E’ questa la grave sciagura, il morbo endemico, il “mal francese” che ha infettato Ferrara, la sovrasta e la minaccia con le sue nebbie e i suoi umori. L’apatia, la freddezza, il disamore, il distacco dalle emozioni, l’orgogliosa indifferenza, la disaffezione è il vero, misconosciuto problema della nostra sfortunata città, molto più dell’inquinamento e delle polveri sottili oggi di moda. E tutti noi siamo malati senza saperlo, soffriamo di un male cronico, subdolo e antico…
- Oh Madonna! – esclamai allarmato. Negli occhi del mio interlocutore leggevo una struggente malinconia.
- Ma la fontana dell’odio è solo un’invenzione letteraria e poi si troverebbe ben lontana da qui, nelle Ardenne! – dissi, cercando di confutare razionalmente le inquietanti rivelazioni che avevo appena ascoltato.
- Si, questo è vero: il Boiardo si riferiva necessariamente alla Francia perché la giostra da cui ha inizio tutta la vicenda si svolge a Parigi, e francese è l’ambientazione storica del ciclo carolingio a cui si ispirava, ma egli era attivo alla corte estense, conosceva queste terre, di esse aveva esperienza e sono questi i luoghi che descriveva pur situando geograficamente la magica fonte nella regione delle Ardenne.
E Ariosto che riprende la storia dell’Orlando innamorato mostra di aver ben compreso il messaggio del Boiardo e la vera collocazione della sorgente; infatti, verso la fine del Furioso, Rinaldo beve per la seconda volta le acque che lo liberano dalla sua insana passione e dal nord della Francia scende precipitosamente in l’Italia fermandosi sulle rive del Po, fra Mantova e Ferrara. Qui incontra un cavaliere che lo ospita nel suo palazzo e gli racconta la propria disavventura coniugale.
Questi, istigato da una maga, aveva assunto l’aspetto di un bel giovane ferrarese per mettere alla prova la fedeltà della moglie. La nobildonna cede alle lusinghe, ma quando il marito la redarguisce, rivelando la sua vera identità, lei si indigna per la mancata fiducia e abbandona disgustata il tetto coniugale offrendosi proprio a quel giovane di cui il marito aveva assunto le sembianze.
Non ti sembra che quella signora abbia agito come una perfetta donna moderna ed emancipata? -
- Ah, si certo…! – risposi, un po’ sollevato dal tono brillante e confidenziale del mio maestro.
- Angelica riesce abilmente a sfuggire a tutti gli inseguitori e a prendersi gioco del povero Orlando - forte e invincibile nei virili combattimenti ma ossequioso e timido con le donne che sanno il fatto loro -. Quando è lei a rincorrere Rinaldo, ottiene protezione e scorta proprio dal roccioso cavaliere per tornare in Francia.



Non ti sembra un’impresa degna di quelle capricciose signorine che appaiono sulle pagine patinate di Vogue o Cosmopolitan, o di una modella tipo Naomi Campbell, sprezzante e priva di scrupoli, che si fa accompagnare e servire dallo spasimante di turno senza ovviamente concedergli nulla, neppure un bacetto sulla guancia?




L’Orlando del Boiardo è ridotto al rango di cavalier servente dalla sua indomita amata che applica la medesima strategia di certe ragazze d’oggi: farsi scarrozzare e invitare a cena dal fesso di turno, cui compete pagare il conto e rimanere a bocca asciutta…




Angelica è già una spregiudicata donna moderna, cinica, rampante, determinata, che non si lascia distrarre dalle passioni, non ha alcuno scrupolo o complesso di inferiorità nei confronti del maschio e anzi “usa” gli uomini a proprio piacimento, senza nemmeno lusingarli con promesse amorose o atteggiamenti seduttivi. Siamo lontani anni luce dalle donne angelicate del Petrarca e del Dolce Stil Novo, creature di superiore e divina bellezza, nobilitate dalla loro natura amorosa.
- Ma Angelica non è frigida: è per amore che insegue Rinaldo e poi alla fine si intenerisce per Medoro!…- obbiettai.
- Certamente, ma la passione della damigella per il cugino di Orlando non è genuina: è un artificio operato dalla magia delle acque e la successiva bevuta alla fontana dell’odio riporta tutto alla condizione di apatia iniziale. Quanto alla sua “storia” con Medoro ti ho già raccontato…




E’ qui, presso la corte estense, nella città “più moderna d’Europa” che si esprime, si forma e viene descritta per la prima volta la donna emancipata postmoderna, il sogno di ogni femminista, 500 anni prima che si cominciasse a parlare di “fallocrazia”, “prevaricazione del maschio” e “pari opportunità”!
- Incredibile!…Non avevo mai sentito una cosa del genere…E pensare che queste cose a scuola non le accennano neppure! – esclamai.
- Ma c’è di più... - aggiunse l’ignoto avventore con aria furba: -…La “condizione femminile” nella nostra città è particolarmente “rosea” anche per un altro motivo…e non si tratta di una generosa porzione di quote rosa fra gli amministratori locali, ma della discendenza degli Estensi dalle mitiche Amazzoni. –
- Coosa? -
- Si. Già il Boiardo, per onorare i signori di Ferrara, introduce nel suo poema la figura di una vergine guerriera, Bradamante, bionda amazzone cristiana, sorella di Rinaldo, che dopo molte avventure coronerà il suo sogno d’amore.


Guido Reni, Incontro di Bradamante e Fiordispina, 1632-1635, Firenze, depositi delle Gallerie.


Ella è promessa sposa di Ruggiero, cavaliere moresco, lontano discendente del prode Ettore troiano, indicato da una profezia come il capostipite degli Estensi.


Jean Auguste Dominique Ingres, Ruggiero che libera Angelica, 1819


Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca, 1917

Quindi nelle vene delle donne nostrane scorre anche un po’ del sangue di quelle leggendarie femmine guerriere, figlie di Ares, il dio della guerra e alleate dei Troiani.



Del resto, donne armate di spada, lancia e corazza che duellano, combattono e compiono eroiche imprese, gareggiando in forza e coraggio “alla pari” con i cavalieri, non si erano mai viste in letteratura prima di questa invenzione, tutta ferrarese, dei poeti di corte: Boiardo, Ariosto e Tasso, che hanno però il precedente illustre della guerriera Camilla nell’Eneide di Virgilio.



- Ma, più semplicemente, non potrebbero essersi ispirati a Giovanna d’Arco? – domandai.





- E’ vero – rispose senza scomporsi – Il mito della pulzella d’Orléans è stato certamente un riferimento per i poeti estensi che hanno creato queste insolite figure femminili, ma mentre Giovanna, personaggio storico, rappresentava l’incarnazione della fede, era un simbolo della potenza divina che si serviva di un’umile ragazza per salvare i Francesi, Bradamante, come le altre eroine dei poemi cavallereschi, è un essere umano che non persegue valori mistici o ultraterreni e non subisce il martirio: insegue l’amore con costanza, pazienza e determinazione proprio come una donna d’oggi, forte dei propri sentimenti, cerca in tutti i modi di legare a sé l’uomo che ama. Addirittura si ha sensazione che i ruoli siano invertiti: Giovanna d’Arco sembra un personaggio irreale, e Bradamante una bella donna in carne ed ossa, come Demi Moore nel film: “Soldato Jane”.

- Ah, ah!... Molto divertente!... - Mi concessi un po’ di confidenza: - Ma non avevi detto che le donne ferraresi sono refrattarie all’amore?
- Ed è così in senso generale, ma quando abbandonano il loro naturale riserbo e si fissano su una persona, per passione o per capriccio, il carattere tenace e combattivo ha il sopravvento e smuovono mare e monti per poterla avere.
Ariosto, molto diplomaticamente, glissa sull’argomento, ma l’avverarsi della profezia, secondo cui, dall’unione di Ruggiero con la vergine cristiana, avrebbero avuto origine gli Estensi, prevede anche la morte prematura del valoroso saraceno. E Bradamante, pur essendo edotta di ciò, persegue il suo progetto matrimoniale, costruito letteralmente sulla pelle del futuro sposo, senza tentennamenti, senza alcuno scrupolo riguardo la sorte dell’amato e addirittura, in un momento di furiosa gelosia arriva al punto di rivolgere la sua lancia invincibile contro il presunto fedifrago. Trai tu le dovute conclusioni…


Niccolò dell’Abate, Alcina accoglie Ruggiero nel
suo castello, 1550, Bologna, Pinacoteca Nazionale



E così, Ruggiero, che non era motivato quanto la futura moglie e più o meno inconsciamente aveva fatto di tutto per procrastinare la fatale congiunzione, alla fine deve capitolare, come capita a tanti nella sua stessa età e condizione, per far fronte agli impegni presi e affinché la nobile discendenza possa avere inizio.
Cruda sorte è riservata ai giovanotti quando alfine si sposano cedendo alla fiera volontà delle loro fidanzate e per giunta consacrando l’atto di resa davanti ad un ministro di Dio!...




- E a proposito di fierezza femminile – riprese mentre io ancora riflettevo sulla sua ultima battuta – è istruttivo considerare la vicenda di Matilde di Canossa. Alcuni storiografi sostengono che l’energica contessa avesse avuto i suoi natali proprio a Ferrara; i più propendono per Mantova, ma certamente la nobildonna si distinse per il suo carattere duro e forte ed è quindi “ferrarese” per affinità se non per nascita.
























E’ famoso l’episodio dell’imperatore Enrico IV che sostò a piedi nudi nella neve, in veste da penitente, per ottenere l’intercessione della contessa, alleata di papa Gregorio VII, e la cancellazione della scomunica.




Ancora oggi si indica con “andare a Canossa” la richiesta di perdono e l’umile riconoscimento delle proprie colpe rivolto alla persona che si è offesa. Da allora, i mariti che volessero ottenere il perdono delle proprie mogli per le eventuali scappatelle, sanno come devono comportarsi.
- La realtà si confonde con la fantasia…- osservai.
- Proprio.

Altro personaggio interessante per la sua attualità, è Marfisa, un’autentica femminista d’assalto avant lettre. Nell’Orlando Furioso è descritta come una vergine di ferro, bellicosa, un po’ guascona, intollerante, vestita sempre con un’armatura sotto la quale nasconde le sua forme muliebri (e anche, in senso psicanalitico, la sua femminilità: infatti, in una delle rare occasioni in cui indossa abiti più adatti al suo sesso, desta subito l’interesse di due saraceni). E’ sorella di Ruggiero, come si scoprirà verso la fine, e sua compagna d’armi nell’esercito dei Mori. La sua principale occupazione è quella di vagabondare in cerca di cavalieri con cui azzuffarsi, sfidarli a duello e provare la sua valentia e abilità nell’uso delle armi, proprio come fanno le femministe militanti della nostra epoca, sempre incazzate e in cerca dello scontro per dimostrare la loro superiorità sul maschio oppressore. Coerentemente, nessun episodio di natura amorosa offusca la sua fulgida carriera militare.

Eugène Delacroix, Marfisa e la donna impertinente,
1852, Baltimora, Walters Art Museum


In una delle sue prime avventure, durante una traversata in mare, giunge presso una città governata da donne assassine che hanno in odio gli uomini imbelli: uccidono tutti quelli che approdano alle loro rive, a meno che non siano così valorosi da sconfiggere, da soli, dieci guerrieri in un giorno e altrettanto vigorosi da giacere con dieci femmine in una notte. Le amazzoni avevano trovato un sistema piuttosto cruento per effettuare una spietata selezione degli uomini meritevoli di accoppiarsi con loro e di cui, comunque avrebbero fatto volentieri a meno se non ci fossero le naturali necessità della riproduzione.
I supermaschi, che godevano ciascuno di dieci mogli, avevano il compito di combattere con gli intrusi fino a quando un campione più forte, uccidendoli, non ne avesse preso il posto. I loro pavidi compagni venivano venduti o ridotti in schiavitù e in tal caso obbligati a indossare panni femminili e a compiere umili attività donnesche… Un’inquietante visione di una società al femminile, dove il maschio è tollerato solo per la sua funzione procreativa, come nel mondo spietato delle api.
Marfisa viene estratta a sorte per fronteggiare i dieci guerrieri ed è difficile trattenersi dal fare maliziose congetture sui risvolti saffici della vicenda, considerando che nella prova conclusiva l’intrepida pulzella avrebbe dovuto soddisfare dieci donne in una notte. Ma Ariosto non ci dà modo di appagare queste morbose curiosità, perché Marfisa si allea con l’ultimo superstite dei dieci campioni e la battaglia finale contro le femmine omicide non vede spargimenti di sangue ma solo un fuggi fuggi generale provocato dal suono spaventoso del corno magico di Astolfo. E’ quindi prevedibile che le donne maschicide si siano ricompattate e continuino a vivere ancora oggi nella loro città perduta, soggiogando gli uomini.
Altro episodio rivelatore è quello in cui Marfisa, in compagnia di Ruggiero e di Bradamante, viene a sapere dell’esistenza di un tiranno, nemico dichiarato del sesso femminile, che egli perseguita e umilia con dure leggi “maschiliste”. Questo personaggio, di nome Marganorre, odia le donne poiché ha perso entrambe i figli in tragiche faccende d’amore. Per disposizione del crudele misogino, tutte le femmine del circondario sono state bandite e strappate ai loro uomini, padri, figli e familiari; chi si ribella o disobbedisce viene punito con botte, oltraggi, violenza e morte. Grande è l’indignazione delle due guerriere che progettano di catturare il fellone per infliggergli i meritati tormenti e una morte lenta. Detto fatto, Marfisa cala come una furia sul malcapitato che viene tramortito con un pugno, mentre Bradamante abbatte come birilli tutti i suoi armigeri. Marganorre, fatto prigioniero, subisce la vendetta delle sue vittime ed è infine gettato da una torre. Marfisa impone la sua legge: le mogli avranno le terre, il governo della città e tutto quello che prima era in mano ai mariti, e gli uomini dovranno sempre aver stima ed essere sudditi delle donne “e ubbidienti a tutte le lor voglie” come dice il poeta. Questa legge è tuttora in vigore e viene applicata da scaltri avvocati, sul genere della Bernardini De Pace, nelle cause di divorzio.

[segue nel post qui sotto]